Torino 2021

Nelle ultime settimane si sta animando il dibattito sul futuro della Città e da molte voci si leva l’invito ad un “sussulto civico” che senza rimpianti né nostalgie aiuti a credere in un possibile sviluppo uscendo dalle secche di una crisi strutturale acuita dai guai creati dalla pandemia.


Torino non soltanto appare impoverita economicamente e depressa culturalmente, sembra anche incapace di proiettarsi in un futuro possibile, come se la crisi demografica fosse irreversibile e tale da condizionare in negativo ogni scenario di crescita. Per invertire una tale spirale negativa non basta una guida, occorre uno schieramento di forze che sappia coinvolgere il maggior numero di cittadini possibile in uno sforzo di creatività fin dalla ricerca di punti di partenza.


C’è da chiedersi anzitutto se e come si possano far convivere aspirazioni di ritorno a una Torino Metropoli (in concorrenza con la evocatissima Milano attuale o memore dei fasti storici che le hanno permesso di reinventarsi in più occasioni?) con l’intento di rispondere quanto più diffusamente ai bisogni primari dei cittadini e di quelli più fragili in particolare (gli anziani che sono ormai la maggioranza e/o i più poveri che stanno aumentando a ritmi preoccupanti e/o i più emarginati per varie ragioni? ​e/o tutti coloro che hanno perso il lavoro​ o tutti?).


Se non ci sono dubbi sul fatto che le due prospettive non si elidono a vicenda perché soltanto un nuovo sviluppo può migliorare le condizioni di vita dei cittadini, c’è da domandarsi invece come si possa comunicare alle persone maggiormente in difficoltà che l’ancora di salvezza non è l’assistenzialismo, occorrono persone competenti di “cosa pubblica” al timone della Città, è finito il tempo delle sperimentazioni ​di giornata spesso costruite in opposizione a qualcuno che ne patrocini o ne abbia patrocinato altre di segno politico contrastante.


Forse occorre il coraggio di smantellare l’idea che esistano panacee universali di livello locale, nazionale e anche europeo e la forza di ripensare a pochi obiettivi, concretizzandoli in qualche esempio praticabile nell’immediato, e cioè da costruire fin da subito senza aspettare il primo anno di governo di una nuova Giunta.
Cominciando, per esempio, ​a valorizzare quanto si è realizzato di positivo ​in periodi diversi ma anche nell’emergenza, per cercare di portarlo a sistema, o di adeguarlo ai tempi ma sempre con un occhio alla realtà dei numeri e dei fatti.


I numeri ci indicano che:
il lavoro sta decrescendo​, in ambito autonomo e privato in particolare, o quanto meno si sta trasformando, più nel privato che nella pubblica amministrazione, come è evidente. In tale contesto acquista rilievo ancora una volta il lavoro delle donne, che da sempre multitasking sono ora sollecitate ad essere ancora più “smart” ​per recuperare posizioni: sono stati appena pubblicati dati nazionali che indicano nel 90% la percentuale di donne che ha perso il lavoro; è​ ​troppo rischioso e antistorico pensare allo sviluppo di uno o pochi settori;
la Città è invecchiata e il decremento demografico è assai preoccupante nella sua dimensione ma soprattutto nella sua evoluzione​.


I fatti ci dicono che:
​il solo intervento pubblico non è più praticabile​, neppure nel campo del welfare;
Non ha più senso parlare di contrapposizioni fra periferia e centro​, neppure in accezione metaforica, sia perché il degrado urbano è ormai generalizzato, sia perché tutta la città è ormai periferica rispetto alle direttrici di sviluppo europee (di trasporto e infrastrutture, digitali e non, e anche di cultura, relegata nell’angolo soprattutto dopo l’esplosione del Covid 19).


In una tale situazione ​gli strumenti di gestione “ordinaria”, le procedure, ma anche il rispetto rigido del riparto di competenze, non sono più né idonei né sufficienti.
Sia perché nella mentalità corrente sono assimilati a burocrazia o a lotte di potere, sia perché le esperienze di successo in tutti i campi hanno quale componente fondamentale la creatività​, intesa come capacità di sviluppo di percorsi nuovi, semplici da comprendere, modulabili in itinere, per correggerne gli errori e per implementarli con nuove acquisizioni e apporti di energie fresche, non condizionate da schemi pregressi.


La mia prima proposta, basata sui presupposti appena richiamati​, è di riprogettare i servizi educativi della Città a partire dai cittadini più piccoli, ​non soltanto perché essendo i bambini pochi sono “preziosi”, ma perché sono “trasversali” rispetto alle aspettative dei cittadini più o meno giovani, per ragioni diverse ma riconducibili tutte all’esigenza di investire sul futuro.
Ma anche perché nel settore specifico i Comuni hanno un ruolo centrale ed una buona autonomia gestionale, e c’è nei prossimi anni il rischio concreto di spreco di risorse umane e di spazi a causa del calo demografico. Mentre i bisogni delle famiglie restano, non soltanto per ragioni economiche (meno lavoro, meno soldi, meno educazione in struttura per chi è in difficoltà, servizi elitari per chi non ha difficoltà economiche…).


Ma soprattutto per difendere il lavoro delle donne e far fronte alle loro nuove esigenze (smart working e non soltanto) che richiedono prospettive di gestione e profili professionali innovativi. ​Non dimenticando neppure l’importanza che assume nel presente la fruizione di spazi e occasioni culturali, da non vivere come “residuali” o come un lusso. Non si può, in questo campo, perseguire la logica del risparmio (non assunzione di docenti o semplice riduzione del rapporto educatori/bambini), si deve al contrario traguardare a obiettivi più ambiziosi per la diffusione del servizio degli asili nido (più elevati rispetto a quelli europei), a una forte integrazione dei nidi con le scuole dell’infanzia e a un riadeguamento degli standard in senso qualitativo per tutti.


E’ molto importante che Torino vanti già indici di diffusione dei servizi per la prima infanzia adeguati, perché ciò significa che la Città non ha mai cessato di viversi come città educativa, ma tale condizione non appare sufficiente per incentivare la genitorialità dei giovani di oggi, che spesso prendiamo in considerazione adeguatamente come futuri lavoratori e meno come futuri genitori.
Occorre in altri termini investire in idee e risorse affinché tutte le circoscrizioni dispongano di uno o più centri ispirati agli obiettivi del progetto Zero Sei, strutturalmente nuovi e forti, flessibili per organizzazione, visibilmente belli, come nuovi simboli di rinascita che attraversano e uniscono idealmente la città.

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