La cultura che produce lavoro

Per uscire dall’emergenza e dalla stagnazione producendo lavoro la città di Torino ha un mezzo importante: una politica culturale locale.  Un grande passato è dietro di noi, un presente pieno di difficoltà, un futuro incerto, ma un patrimonio di conoscenze, di persone, di strutture che non aspettano altro che occasioni di rivalorizzazione. I sindaci sono protagonisti sia per le politiche culturali dei loro comuni sia per l’orientamento che possono sollecitare a Regioni, fondazioni bancarie, privati nei modi di finanziare la cultura.

La cultura produce lavoro in tre modi:

1) La cultura produce lavoro indirettamente perché è un formidabile mezzo di comunicazione del territorio, meno costoso di altri, per attirare attenzione, buona reputazione, fascino su di un territorio come meta di turismo e di investimenti, per rendere orgogliosi gli abitanti dei loro luoghi e quindi motivarli a non abbandonarli o maltrattarli, per animare il senso civico. La cultura è sempre formazione, anche quando non è scuola: oggi anche formazione al digitale.

Quindi lavoro nel commercio e nell’industria, nella elaborazione di comunicazione, nella progettazione di luoghi ed eventi. E lavoratori meglio formati.

2) La cultura vive di investimenti pubblici e di cooperazione di privati per grandi progetti e iniziative.  Può produrre direttamente lavoro se le politiche pubbliche, ma anche gli investimenti privati, non cadono nella trappola del finanziamento a progetti, ma contribuiscono a solidi enti, istituzioni, associazioni, imprese culturali continuative nel tempo.  Non un finanziamento a fondo perduto o guidato da rendite di posizione ed inerzie storiche, ma misurato su effettiva produttività e risultati nel medio periodo. 

Ma dedicato principalmente alle ‘fabbriche’ della cultura e ai suoi lavoratori perché dalla organizzazione e della professionalità dipendono  i servizi culturali: eventi,  conferenze e letture pubbliche,  spettacoli,  accesso a libri e archivi, mostre e collezioni,  monumenti,  prodotti on line di ogni genere, e soprattutto la ricerca  artistica, scientifica, tecnologica necessaria ad alimentare la innovazione senza la quale la cultura perde ogni interesse e fascino.  In una città  con forti economie ancora industriali e commerciali, la cultura aggiunge posti di lavoro per giovani, adulti, anziani attivi,   donne e uomini, con qualifiche , attitudini, disponibilità di tempi quotidiani e della vita,  altrimenti non fruibili  nell’industria 4.0 e nel commercio e comunque diverse, che oggi contribuiscono alla disoccupazione e all’inattività che la nasconde. Se finanziamo le fabbriche che fanno progetti nel tempo e non i singoli progetti, piccoli o granddi che sino, avremo finalmente buoni lavori e non cattivo precariato.

E fuga dei più bravi verso paesi esteri che investono in cultura più di noi (praticamente tutti quelli europei).

3) Mai come ora la cultura ha bisogni di spazi e di muri, da costruire e da gestire, insieme col digitale.. Molto lavoro indiretto dall’edilizia alla custodia alla logistica.  Spazi grandi e medi per manifestazioni culturali senza assembramenti che non potremo più permetterci, per diffondere la cultura sul territorio creando nuovi luoghi oltre quelli aulici (ma c’è molta aulicità in certe fabbriche vuote, per es. .) Anche spazi verdi e naturalistici  per un nuova cultura ambientale.  

Muri per ospitare  magazzini della cultura: archivi di carte, depositi di  libri  e di oggetti non si dematerializzano con la digitalizzazione, si distribuiscono solo più largamente e agevolmente , ma devono essere conservati nella loro materialità, non esposta alla rapida  obsolescenza del digitale , alle sue fragilità.

O per accessi specialistici o per esposizioni temporanee e selettive . Muri per sedi di musei e gallerie da mantenere – la grande eredità dei sistemi arte contemporanea, musei , esposizioni, musica, biblioteche civiche e archivi, nuovo progetto Cavallerizza –   e per esperienze serie di innovazione dal basso.  In tutta Europa  aree urbane anche vaste , svuotate o impoverite, sono state rigenerate in questo modo. Perche non a Torino e nella sua area metropolitana?

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