Intervista a Giorgio Gatti su Cultura, Salute e Ambiente

Incontriamo Giorgio Gatti, già Direttore Generale dell’Ospedale Santa Croce e Carle di Cuneo, per parlare dei temi cultura, salute e ambiente.

1. Tre temi che apparentemente sembrano scollegati fra loro. Come può la cultura contribuire alla salute delle persone e perché adottare un approccio sistemico su questi temi?

La Cultura contribuisce allo sviluppo dei singoli e delle comunità, giustamente riconosciuta come fonte di benessere e di crescita, basti pensare quanto la musica, da Beethoven al jazz, può influire sui nostri stati d’animo e a quanto la cultura del nostro territorio può insegnarci. Non solo ma anche la salute e l’ambiente contribuiscono alla cultura, attraverso l’influenza che anche loro hanno su quello stesso territorio.

Le grandi sfide della contemporaneità investono fasce sempre più ampie di popolazione e le crescenti disuguaglianze di risorse, di competenze e opportunità, i fenomeni migratori e la povertà educativa, incidono in modo crescente sulle condizioni di salute e sulla situazione ambientale.

La complessità delle situazioni che oggi viviamo e la pressione esercitata dall’innovazione tecnologica, gestionale e socio-economica, oltre agli insegnamenti che dalla Pandemia dovremmo aver ricavato, ci inducono ad affrontare e realizzare le trasformazioni necessarie, adottando un approccio sistemico per coordinare e organizzare le tante attività e competenze, cercando e imparando ad utilizzare quegli elementi di affinità e sinergia presenti fra le stesse.

2. In che modo un approccio sistemico può contribuire concretamente alla collaborazione e allo sviluppo territoriale?

Concretamente occorre individuare e approfondire funzioni che pur divenendo sempre più specializzate richiedono, per esprimere completamente le proprie potenzialità, di cooperare con altre competenze e altre funzioni (pensiamo a chirurgia e robotica o a educazione e telecomunicazioni).

La ricerca di un approccio sistemico e di coinvolgimento che valorizzi e utilizzi competenze potenzialmente significative e forti di un territorio potrebbe essere estremamente utile specie per città, aree metropolitane, come quella di Torino, le cui condizioni sociali ed economiche sono notoriamente bisognose di intervento.

Ma se sulle esigenze dell’area torinese si è già molto scritto anche da parte di esperti di grande esperienza, oggi sarebbe invece necessario definire le linee per un programma, individuando appunto le sinergie fra competenze e strutture che costituiscono i punti di forza del territorio torinese, prestando attenzione a quelli che possono essere i risultati sul Lavoro e ancor più sull’occupazione.

Per quanto sopra vi è uno strumento che oggi è divenuto particolarmente necessario: il coordinamento. Siamo talmente contagiati dal narcisismo, da un individualismo sostenuto dal denaro e dal potere, da non esser più capaci di agire senza pensare ad altro che alle nostre finalità, così che ognuno va per proprio conto anche a costo di sperperare risorse o di generare fallimenti.

Se volete qualche esempio pensate alle tante riforme e riassetti (come quello urbanistico) che non partono mai o si riducono ai minimi termini. Pensate alla tenacia con cui per anni abbiamo continuato a ridurre la spesa per la salute dei cittadini.

Il coordinamento, come lo intendevano alcuni grandi pensatori in tema di management e di organizzazione come Henry Fayol, è quella funzione direzionale che si propone di distribuire le risorse nel tempo e nello spazio per ottenere un armonico perseguimento di quanto precedentemente programmato. Far sì che ognuno sappia cosa deve fare e come farlo ma al contempo ne veda i collegamenti e le possibili sovrapposizioni con quanto devono fare gli altri, portando a convergere le singole iniziative in un obiettivo comune e condiviso.

Il coordinamento è anche prevenzione e riduzione di conflittualità che, specie per i progetti di maggiore dimensione e portata, produce non solo ritardi e incrementi nei costi ma talora vere e proprie deviazioni dalle finalità e dai percorsi operativi ottimali.

3. Potrebbe farci un esempio pratico?

Pensando al collegamento e al coordinamento tra funzioni diverse alla ricerca delle sinergie di cui abbiamo parlato un esempio potrebbe essere quello che collega la cultura alla salute e all’ambiente attraverso l’alimentazione.

Infatti il cibo rappresenta l’identità culturale di un popolo e nella sua cucina si ritrovano le caratteristiche del territorio. Il comportamento alimentare di ogni essere umano proviene dalle esperienze personali, dalla collettività che lo circonda e dalle condizioni di salute e di benessere di quelle stesse persone.

Coordinare attraverso la gastronomia le diverse risorse che convergono all’interno di una politica sanitaria, ambientale e di sviluppo, consentirebbe di produrre risultati di grande valore economico e sociale, in primo luogo creando occupazione e lavoro e orientando la formazione giovanile, come testimoniano i risultati ottenuti in alcune zone della Francia o del Piemonte.

Un altro esempio potrebbe venire dalle diverse forme di terapia collegate all’arte e alla cultura, quali la Musicoterapia o le diverse forme collegate al Teatro che in questi ultimi anni sono andate diffondendosi in Sanità.

4. Come individuare allora le funzioni per il coordinamento e lo sviluppo sostenibile?

Come già in parte dimostrano gli esempi citati, l’Educazione – intesa nel senso più ampio che include anche la Cultura – è per molti motivi la funzione centrale per rispondere alle esigenze di coordinamento di questo periodo e ancor di più per il prossimo futuro, perché costituisce una evidente opportunità di utilizzo delle tante innovazioni tecnologiche e gestionali che costituiscono parte concreta e potenziale delle trasformazioni richiamate.

Dovremmo acquisire definitivamente la convinzione che Cultura ed Educazione non possono essere separate!

Piuttosto che schierarci a favore o contro la DAD dovremmo capire come ottimizzarne e umanizzarne l’utilizzo senza perdere il collegamento con le diverse applicazioni di ICT che, ad esempio, consentono di rafforzare le Cure domiciliari e la medicina a distanza.

In Sanità, in particolare e in particolare a Torino, l’innovazione tecnologica e gestionale dovrebbe diventare una delle funzioni forti anche grazie alla collaborazione fra strutture e risorse come quelle di un grande Ateneo come il Politecnico con quelle di una Scuola di Medicina che è da lungo tempo considerata una delle Strutture eccellenti nel settore Sanitario.

5. Sperimentare l’integrazione e il coordinamento: esiste un progetto pilota?

Sperimentare l’integrazione e il coordinamento è indispensabile, specie per un territorio come quello torinese, ed è perciò necessario che le diverse innovazioni e i momenti di collaborazione trovino spazi adeguati e una sede in cui potersi verificare e consolidare.

A tal fine esiste già un Progetto che potrebbe avere le caratteristiche e la dimensione per fornire spazi, strumenti e competenze per quanto occorre: il Parco della Salute, Ricerca e Innovazione (PSRI).

Del PSRI si è scritto che deve potersi caratterizzare come “organizzazione flessibile, attenta alle mutazioni, efficiente in quanto non ancorata a schematismi organizzativi per l’integrazione con le reti di cura territoriali, così da costituire un polo di aggregazione multidisciplinare fortemente interrelato dove insediare attività di ricerca avanzata e laboratori di collaborazione scientifica e di tecnologia imprenditoriale”.

Il Parco potrebbe promuovere il riconoscimento dell’area torinese come luogo di eccellenza nella formazione di capitale umano qualificato sotto i profili delle competenze tecniche, delle skill lavorative, della dotazione culturale, della sensibilità sociale e dei valori morali, così da attrarre studenti e docenti di qualità a livello nazionale e internazionale, contribuendo ampiamente al rilancio di quell’area torinese di cui potrebbe essere un eccellente riferimento.

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