Autonomia differenziata: così si rischia di dividere l’Italia e indebolire il Piemonte

L’autonomia differenziata è un tema troppo importante per essere affrontato con slogan e operazioni di propaganda. Riguarda il futuro dei rapporti tra Stato, Regioni e Comuni, l’organizzazione dei servizi pubblici e, soprattutto, l’uguaglianza dei diritti dei cittadini, indipendentemente dal luogo in cui vivono.

Per queste ragioni il Partito Democratico ha espresso un netto voto contrario. Non certo per un’opposizione ideologica al principio dell’autonomia. Al contrario, il Piemonte conosce bene questo percorso: fu proprio la Giunta guidata da Sergio Chiamparino ad avviare un negoziato con lo Stato per ottenere maggiori competenze su specifiche materie. Un percorso costruito dal basso, partendo dalle esigenze del territorio e dal confronto istituzionale.

Oggi, invece, il Governo Meloni ha scelto un’altra strada. Ha accelerato il processo ignorando le perplessità espresse da molte Regioni, dall’ANCI e dall’UNCEM, trasformando una questione complessa in una bandiera politica. Il rischio è evidente: frammentare il sistema Paese e creare differenze sempre più marcate tra territori su temi fondamentali come sanità, scuola, professioni, finanza pubblica e servizi ai cittadini.

La sanità e l’istruzione rappresentano l’esempio più chiaro di questo pericolo. Le Regioni già oggi esercitano importanti funzioni in questi ambiti e sanno bene che l’autonomia, senza risorse adeguate e senza una seria programmazione, non rafforza i territori ma aumenta le disuguaglianze.

La Corte Costituzionale aveva già evidenziato le criticità della legge Calderoli, sottolineando come un’autonomia priva di adeguate coperture economiche rischi di accentuare le differenze esistenti. Se si cristallizzano i livelli dei servizi pubblici sulla base di una situazione già caratterizzata da forti divari territoriali, si finisce per legittimare una sanità a due velocità e per penalizzare i cittadini delle aree più fragili.

Ancora più preoccupante è il fatto che le competenze proposte dal Governo appaiano in gran parte limitate o già esercitate dalle Regioni. Dopo anni di promesse sul trattenimento delle risorse fiscali e sul trasferimento di numerose materie, il risultato è un pacchetto ridotto e privo degli strumenti necessari per garantire una vera autonomia.

A tutto questo si aggiunge la decisione di eliminare il bollo auto, una delle principali entrate regionali, senza indicare con chiarezza come verranno compensate le minori risorse. Il rischio concreto è che a pagare il conto siano i servizi pubblici: sanità, trasporto locale, welfare e sostegno ai Comuni.

C’è poi un tema democratico e istituzionale che non può essere ignorato. I Comuni sono stati sostanzialmente esclusi dal percorso decisionale, come denunciato dagli stessi sindaci. Eppure sono proprio le amministrazioni comunali a garantire quotidianamente servizi essenziali ai cittadini. Rafforzare le Regioni senza coinvolgere i Comuni significa indebolire l’intero sistema delle autonomie locali.

Noi continuiamo a credere in un modello diverso: un’autonomia solidale, cooperativa e costituzionale. Un’autonomia che serva a rendere le istituzioni più efficienti e più vicine alle persone, non a creare nuove divisioni tra territori e cittadini.

Il Piemonte ha bisogno di essere rappresentato con determinazione nei confronti del Governo nazionale. Ha bisogno di una classe dirigente capace di difendere gli interessi dei suoi cittadini, non di accettare passivamente decisioni calate dall’alto. Perché l’autonomia può essere una grande opportunità, ma soltanto se costruita nel segno dell’equità, della coesione e della solidarietà nazionale.

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